| Le camere CCD (acronimo di Charge Coupled Device, Dispositivo ad Accoppiamento di Carica) rappresentano la nuova frontiera della fotografia astronomica. Si tratta di una tale rivoluzione sotto l’aspetto tecnologico, che il termine stesso “fotogra- fia” risulta inadeguato e andrebbe sostituito col più calzante “imaging”, derivante dal mondo informatico. |
Le immagini che infatti fornisce una camera CCD sono digitali e come tali necessitano di un computer per essere acquisite ed elaboratate, a differenza di quelle tradizionali che si ottengono per impressione di una pellicola fotografica. Messo a punto per la prima volta nel 1969 dagli statunitensi Willard Boyle e George Smith nei laboratori della Bell Telephone, questo dispositivo ha trovato un larghissimo utilizzo nell’industria e nell’elettronica di consumo. Solo negli ultimi tempi ha trovato applicazione anche in campo astronomico. Occorre subito fare una precisazione: anche le normali videocamere utilizzano sensori CCD per ottenere un immagine, ma in questo caso si tratta di immagini in movimento che possono essere registrate su nastro magnetico e visualizzate su un qualsiasi televisore senza bisogno del computer. Risoluzione e sensibilità di questi sensori sono però notevolmente inferiori a quelle delle camere CCD per uso astronomico. Inoltre, quasi tutte le camere CCD sono bianco/nero, per aumentare risoluzione e sensibilità con queste camere le immagini a colori si possono ottenere attraverso la combinazione, operata da un apposito software, di tre immagini riprese in sequenza attraverso filtri R, G, B (rosso, verde, blu, ovvero i tre colori primari della sintesi additiva). L’aspetto che però ha maggiormente decretato il successo di questi sofisticati dispositivi (utilizzati anche nel famoso telescopio spaziale Hubble) è senz’altro legato alla possibilità che offrono all’astrofilo di ottenere - anche in siti osservativi fortemente penalizzati dall’inquinamento luminoso - delle immagini che fino a pochi anni fa sarebbero state appannaggio esclusivo di strumenti di grande apertura e, come tali, dai costi proibitivi. Il tutto con un investimento relativamente modesto.
Camere CCD contro fotografia tradizionale. Sorge subito spontaneo il paragone con la fotografia tradizionale. Bastano alcune considerazioni per capire quale formidabile balzo in avanti questi strumenti abbiano consentito. Consideriamo la scala tonale. Una emulsione fotografica è in grado di restituire mediamente circa 40 toni di grigio. Una camera CCD è in grado di raggiungere i 65.000 toni di grigio. Anche se non si vedono tutti nel monitor del computer, questi livelli sono stati registrati e, utilizzando opportuni programmi di elaborazione delle immagini così ottenute, è possibile recuperare le informazioni che più interessano. Da una stessa immagine digitale si possono quindi ricavare un gran numero di immagini finali, a seconda della chiave interpretativa che ad esse si vuol dare. Altro parametro fondamentale è l’efficienza quantica (QE). Essa indica la capacità di un elemento fotosensibile di rilevare l’ impatto di un fotone sulla sua superficie. Il suo valore è espresso in percentuale e mentre per una pellicola fotografica ad alta sensibilità esso si aggira intorno al 3% (ovvero solo 3 fotoni su 100 che colpiscono la pellicola vengono registrati), per i sensori CCD questo valore è superiore al 45%. Le ultime generazioni di sensori retroilluminati arrivano addittura all㥘%. Potete facilmente intuire che, laddove per l’emulsione fotografica sono necessari tempi di posa lunghissimi, a parità di condizioni le camere CCD richiedono tempi di posa notevolmente inferiori. Questo fatto ha come conseguenza pratica - oltre alla nota possibilità di rivedere subito un’ immagine digitale registrata - anche la possibilità di effettuare ripetute prove in un unica sessione di imaging. Le camere CCD hanno una sensibilità spettrale che si estende oltre le lunghezze d’onda del visibile, da una parte fino al vicino infrarosso, e dall’ altra fino all’ultravioletto e ai raggi X. Questo fatto è di grande importanza nell’ astrofotografia, perchè queste lunghezze d’ onda rivelano spesso particolari importantissimi non rilevabili in visuale. Le pellicole fotografiche sono invece praticamente insensibili all’ infrarosso, mentre hanno una discreta sensibilità all’ ultravioletto vicino. La risoluzione è un elemento cruciale di qualsiasi sistema di cattura delle immagini. Tralasciando il potere risolutivo dell’obiettivo (che però è fondamentale per ottenere immagini di qualità), nel caso delle pellicole essa è funzione delle dimensioni della grana, mentre nel caso dei sensori CCD essa è determinata dalle dimensioni dei pixel, ovvero degli elementi sensibili che compongono il chip. E’ ovvio che sensori con pixel di dimensioni più piccole offrono una maggiore risoluzione, ma risultano meno sensibili e molto più costosi. Tra l’altro bisogna considerare che a volte il potere risolutivo del sensore risulta eccessivo rispetto a quello dell’ obiettivo e alle condizioni di seeing. In questi casi può essere consigliato l’uso di un riduttore di focale o di un obiettivo fotografico. Rispetto alle emulsioni fotografiche ad alta sensibilità normalmente utilizzate nell’astrofotografia (ad eccezione della pellicola Kodak Technical Pan 2415, caratterizzata da una grana molto fine) le camere CCD hanno in generale un potere risolutivo maggiore. Il campo inquadrato è molto più piccolo nelle camere CCD rispetto alla pellicola 35 mm. Questo fatto, se può essere considerato un vantaggio nelle riprese dei pianeti, è spesso un problema nelle riprese del cielo profondo, perchè per fotografare porzioni piuttosto ampie della volta celeste è necessario l’uso di un riduttore di focale. A vantaggio della fotografia tradizionale rimangono quindi pochi elementi. Fra questi, i costi senz’ altro inferiori (anche se è prevedibilie che in un futuro non molto lontano il costo delle camere CCD sarà più accessibile), una maggior immediatezza nel riprendere immagini a colori, ma soprattutto il non dover dipendere da un computer, fatto che notoriamente crea dei problemi quando si devono effettuare riprese in siti isolati.
Come è fatta una camera CCD? Sostanzialmente essa si compone di tre elementi fondamentali: il sensore o chip, l’elettronica di controllo e il sistema di raffreddamento. Quest’ultimo ha il compito di ridurre il più possibile il disturbo (che in termine tecnico viene chiamato “rumore”) dovuto alla temperatura dell’ambiente. Tale rumore andrebbe infatti a mescolarsi col segnale, generando una cattiva qualità delle immagini finali. Il chip. Il chip è costituito essenzialmente da degli elettrodi in polisilicio (gate) separati da un substrato di silicio (la parte sensibile) mediante un sottilissimo strato isolante di biossido di silicio. I fotoni che intergiscono col silicio generano elettroni che vengono accumulati in microscopici serbatoi o “celle” (well), create da differenze di potenziale elettrico fra gate adiacenti. Questi serbatoi costituiscono i pixel, ovvero i componenti fondamentali di quel grande mosaico che è l’ immagine finale. Per essere più chiari, il pixel è un elemento di immagine, e come tale è il corrispondente virtualedella cella, che è il luogo dove avviene fisicamente l’accumulo di carica. Nella pratica, i due termini spesso si sovrappongono, per cui si usa normalmente parlare di pixel. |
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I più importanti produttori di chip sono: Texas Instruments, Kodak, Philips, Thomson, EEV, Scientific Imaging Technologies (SITe). Quest’ultima produce i chip più avanzati e costosi, ad altissima efficienza e retroilluminati (i fotoni giungono dal lato del substrato di silicio), che sono montati anche sul telescopio spaziale Hubble. | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Ed ecco le prestazioni di alcuni di loro: | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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I sensori sono il vero cuore del sistema e la tecnologia impiegata per costruirli è sofisticatissima e quindi molto costosa. La produzione avviene in camere asettiche, perchè la presenza di una sola particella di polvere può danneggiare irrimediabilmente il chip. Ecco perchè sul mercato esistono, per ciascun tipo di sensore, varie classi di qualità, con costi assai differenti:
Per avere un’idea delle difficoltà costruttive che comporta un sensore di grandi dimensioni, pensate che per ottenere un chip di 2048 x 2048 pixel di classe 0 occorre costruirne svariate decine. Esitono poi sensori che non vengono prodotti in serie, dalle caratteristiche impressionanti. La Philips ha costruito un sensore con circa 63 milioni di pixel (7000 x 9000) da 12 mm, mentre la Lockheed Martin ne ha prodotto uno con 81 milioni di pixel (9000 x 9000) dalle dimensioni più piccole, per cui l’area del sensore risulta inferiore a quella del chip Philips.
L’elettronica di controllo. L’ elettronica di controllo o stazione di lettura (readout station) è lo stadio che ha il compito di raccogliere le informazioni provenienti dal chip, misurando la variazione di carica di ciascun elemento e trasformandola in numeri, per ricostruire l’ immagine sulla base del modello originale. La conversione analogico/digitale (A/D) del segnale può avvenire con differente precisione a seconda del convertitore utilizzato: | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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E’ bene che il convertitore sia adeguato alla dinamica del sensore. Ad esempio, un sensore con 66 dB di dinamica è in grado di discriminare circa 2000 livelli di grigio (o di luminosità). Per poterli interpretare correttamente, sfruttando al massimo la dinamica del sensore, occorre un convertitore capace di restituire almeno 2000 livelli di grigio, quindi a 11 bit. Alcune camere montano convertitori multirange, in grado di variare il guadagno e di adattare al meglio la dinamica del sensore alla precisone del convertitore. Il sistema di raffreddamento. Il sistema di raffreddamento è generalmente di tipo termoelettrico. E’ costituito da una piccola pompa di calore ad effetto Peltier, una cella che sfrutta la corrente elettrica per produrre un abbassamento della temperatura che può spingersi fino a
Glossario dei termini più usati. Ottica adattiva Full Well Capacity (Capacità di Cella) - Unità di misura e- Pixel Crosstalk (Diffusione di Carica) Read Out Noise (Rumore di Lettura) - Unità di misura e- Dark Current (Corrente di Buio) - Unità di misura e-/s Flat Field Binning Anti-Blooming Track & Accumulate, CoAdding DCS (Double Correlate Sampling) | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||



